
Dubai di solito si racconta in altezza, sfarzo e primati. Grattacieli iconici che toccano il cielo, infinity pool sospese a centinaia di metri di altezza, musei dal design futuristico, appartamenti di lusso su ponti sospesi tra torri gemelle con vista sul Golfo Arabico, centri commerciali grandi come una città e capaci di ospitare piste da sci. Ma c’è un’altra Dubai che si muove in orizzontale, lungo le acque del Dubai Creek. Una Dubai color sabbia, più silenziosa e molto meno glamour, fatta di case a cortile, torri del vento, porte di legno intagliato, barche tradizionali e vicoli stretti in cui il sole disegna ombre nette sui muri.
Ci vuole uno sforzo di immaginazione per figurarsi la Dubai di qualche tempo fa, prima dell’intensa e rapida urbanizzazione che l’ha travolta. Prima dell’elettricità, arrivata solo nel 1961. Prima delle autostrade, delle isole artificiali, degli hotel a sette stelle, dei record architettonici. Allora Dubai era un villaggio di fango affacciato sul mare, ai margini di un immenso deserto. Un insediamento polveroso fatto di sentieri sabbiosi che si snodavano tra capanne di frasche e case basse, dominato da un forte di corallo e fango: il Forte Al Fahidi. Da lì, le strade si perdevano nel deserto e diventavano rotte carovaniere. Era un luogo remoto, quasi invisibile sulle mappe, mentre la Storia sembrava accadere altrove, dall’altra parte della Penisola Arabica.

La mia passeggiata è iniziata proprio tra gli stretti vicoli color sabbia di Al Fahidi, uno dei quartieri più antichi della città. Qui si può provare a immaginare com’era la vita nella vecchia Dubai del XIX secolo. Camminando tra le stradine silenziose ogni tanto si nota una torre del vento innalzarsi sopra i tetti: una struttura squadrata, aperta sui lati progettata per catturare l’aria e incanalarla all’interno degli edifici, rinfrescando gli ambienti. È una tecnologia arrivata con gli iraniani che si stabilirono in questo porto franco, fondando il quartiere allora conosciuto come Al Bastakiya, nucleo dell’antica Dubai. Un luogo che nella corsa alla modernizzazione ha rischiato di scomparire, ma che è stato in parte conservato e restaurato nel 2005, diventando oggi una delle zone più interessanti per chi vuole guardare Dubai da un’altra prospettiva.
Oggi rimangono diverse case a cortile, costruite intorno a uno spazio centrale aperto che garantiva privacy, ma anche ombra e ventilazione, due necessità fondamentali in un clima desertico. Non sono più abitate, ma sono state trasformate in musei, caffè, gallerie d’arte, piccoli negozi e spazi culturali. In alcune di queste case si può osservare la distribuzione degli ambienti domestici tradizionali e capire qualcosa della vita quotidiana prima del petrolio, prima del turismo globale, prima della Dubai scintillante che conosciamo oggi.
Tra le tappe possibili c’è il Museo della Moneta, con un’esposizione di centinaia di monete rare che raccontano il ruolo commerciale della città e la sua posizione lungo importanti rotte di scambio. Poco distante si trova anche lo Sheikh Mohammed Centre for Cultural Understanding, dove ci si può sedere su tappeti e cuscini in stile beduino, ascoltare racconti sulla cultura emiratina e assaggiare il caffè tradizionale, il gahwa, spesso servito da una dallah di rame. Ogni tanto, tra i vicoli del quartiere storico, ci si imbatte anche in qualche studio artistico. Uno di questi è Next Chapter, lo spazio di Abdulla Lutfi, artista emiratino noto per le sue illustrazioni in bianco e nero e per aver realizzato, tra le altre cose, una collezione illustrata per il Museo del Futuro.

È uno degli aspetti più interessanti di Dubai: sotto l’opulenza per cui è famosa, sotto l’immagine di città globale e ipercontemporanea, resta un legame profondo con il proprio patrimonio culturale. Una cultura che affonda le radici nella vita dei beduini, abitanti resilienti del deserto, per i quali l’ospitalità non era una semplice cortesia, ma una forma di sopravvivenza condivisa. Forse è anche per questo che, sia tra i vicoli di Al Fahidi sia al museo di Al Shindagha, il caffè viene offerto ai visitatori come un piccolo rito di accoglienza.
Da Al Fahidi abbiamo proseguito verso Al Shindagha con una lunga passeggiata attraverso Bur Dubai. Il percorso attraversa il forte, sfiora il souk e poi segue il Creek, sorvolato dai gabbiani e attraversato dalle abra, le barche tradizionali che ancora oggi fanno la spola da una riva all’altra.
Al Shindagha è una delle zone più affascinanti per capire la storia della città. Qui si trova l’Al Shindagha Museum, un complesso museale diffuso che racconta Dubai prima della sua metamorfosi contemporanea. Una delle visite più interessanti è quella alla residenza Al Maktoum, costruita nel 1896, dove la famiglia reale visse per decenni senza elettricità. D’estate si dormiva nelle stanze sul tetto, affacciate sul Creek, dove le elaborate mashrabiya lignee montate su bovindi sporgenti permettevano il passaggio dell’aria e contribuivano a rinfrescare gli ambienti. Nel cortile muggivano i cammelli, mentre la sera i falconieri portavano fuori gli uccelli. È una scena quasi impossibile da sovrapporre alla Dubai di oggi, e che proprio per questo trovo così potente.

In un altro edificio del museo ci si immerge nella storia del Creek e dell’industria delle perle, che per molto tempo fu una delle principali risorse economiche dell’emirato. I sommozzatori si tuffavano anche decine di volte al giorno, trattenendo il respiro per minuti, con una molletta sul naso e un sacchetto di pelle legato al collo in cui raccogliere le ostriche. Era un lavoro durissimo, rischioso, fisicamente estenuante. Poi arrivò il 1929. Il crollo della Borsa di New York e la Grande Depressione colpirono duramente anche il mercato delle perle. Per Dubai fu la fine di un’epoca.
Camminare tra Al Fahidi e Al Shindagha significa quindi attraversare una Dubai diversa da quella delle cartoline più note. Non una città di record, ma di memoria. Non una città verticale, ma una città d’acqua, vento e sabbia. Una Dubai che forse non abbaglia, ma resta comunque addosso con le sue facciate color sabbia, i gabbiani, le barche che attraversano lente il Creek. Una giornata qui aiuta a capire com’era Dubai prima di Dubai.

Qualcosa da leggere su Dubai? Vi consiglio City of Gold: Dubai and the Dream of Capitalism, del giornalista Jim Krane. Leggetelo se volete approfondire la storia di questa città e la sua rapida crescita, tenendo conto però che il saggio ha il suo epilogo nel 2009, anno di pubblicazione. E nei 17 anni successivi ne sono accadute di cose.
