A fine 2025 mi ero fatta una promessa da lettrice: scegliere meglio. Volevo leggere una percentuale più alta di libri belli se non memorabili, capaci di lasciarmi qualcosa e di cui avrei avuto voglia di parlare. E devo dire che il 2026 è iniziato proprio in questa direzione, con titoli molto diversi tra loro, ma in buona parte degni di essere raccontati.
Questi sono sei libri belli che ho letto di recente. Sei titoli che mi sono rimasti addosso in modi differenti. E soprattutto: sono sei libri che consiglierei a persone precise.

Leggere pericolosamente di Azar Nafisi
Dopo Leggere Lolita a Theran di Azar Nafisi sapevo che con Leggere pericolosamente, della stessa autrice, sarei cascata in piedi. E infatti è stato il titolo con cui ho voluto iniziare il 2026. In un periodo storico in cui le tendenze autoritarie stanno aumentando all’interno di varie democrazie, e le grandi opere di narrativa sono una minaccia per chi cerca di governare attraverso l’assolutismo, questo è uno di quei testi che ci ricordano perché la letteratura conta davvero, e quanto possa diventare uno spazio di libertà, di resistenza, di immaginazione e persino di salvezza.
Lo consiglierei a chi ama i libri che parlano di altri libri, ma soprattutto a chi crede che leggere non sia mai un gesto neutro. Lo consiglierei a chi ama riflettere sul senso della lettura, e a chi ha bisogno di ricordarsi perché certi romanzi continuano a essere necessari.

Flawless di Elise Hu
Flawless non è proprio quello che sembra. E’ un saggio-reportage che prende avvio dall’esperienza personale dell’autrice, giornalista americana vissuta per alcuni anni a Seoul, ma che in realtà affronta un tema molto più ampio della sola K-beauty. Elise Hu usa la Corea del Sud come osservatorio privilegiato per indagare il rapporto contemporaneo tra bellezza, identità, consumo, genere e potere.
Dicevo che Flawless non è proprio quello che sembra perché a una prima occhiata potrebbe dare l’impressione di essere un testo sulla skincare, sul trucco o sulla chirurgia estetica coreana. In realtà Hu mostra che la questione estetica è tutt’altro che frivola: in Corea, e sempre più anche altrove, l’aspetto fisico è legato al successo sociale, al lavoro, alla rispettabilità, alla visibilità online e perfino alla percezione del proprio valore personale. La bellezza diventa quindi una forma di disciplina quotidiana, un lavoro costante sul corpo che richiede tempo, denaro ed energie. Flawless non parla solo di cosmetici, ma del modo in cui una società ipermoderna trasforma il corpo in un progetto da ottimizzare.
Hu racconta di cliniche estetiche, standard come la pelle perfetta o la magrezza estrema, la chirurgia della mandibola, il botox ogni tre mesi, la pratica dei selfie e dei filtri, ma affronta anche il tema del lookism, cioè la discriminazione basata sull’aspetto. E mostra come questi modelli vengano trasmessi fin dall’infanzia e come influenzino non solo le donne, ma l’intera società. Ma mette in luce anche le risposte critiche delle donne coreane, come il movimento Escape the Corset, che contesta gli obblighi estetici imposti dal sistema.
Il problema non è la bellezza in sé. Ma quanto costa, in termini umani, vivere in un mondo in cui apparire conta così tanto? Per approfondire vi consiglio il blog The Grand Narrative di James Turnbull, su femminismo, sessualità, cultura pop e questioni di genere in Corea del Sud.
Lo consiglierei a chi è affascinato dalla skincare, dalla cultura beauty e dalla Corea del Sud, ma vuole andare oltre l’estetica levigata dei prodotti e dei rituali di bellezza in 10 step. È perfetto per chi vuole leggere un saggio che smonti un fenomeno quotidiano apparentemente leggero per mostrarne la complessità.
L’importanza di ogni parola di Toni Morrison
Questa è una raccolta di decenni di saggi e discorsi di Toni Morrison già pubblicati in precedenza. Una sorta di autoritratto intellettuale di questa grande autrice. Ogni saggio tratta argomenti diversi. Toni Morrison parla di letteratura e di razza, riflette sulla presenza nera nella letteratura americana, e sul modo in cui la letteratura statunitense ha costruito — o rimosso — l’esperienza afroamericana. Ragiona su cosa significhi essere considerati “stranieri”, su come il razzismo e il fascismo costruiscano nemici, sul linguaggio della guerra, sul ruolo della stampa, sul rapporto tra ricchezza e cura, e sulla necessità di proteggere l’arte e gli artisti. Parla della scrittura e della letteratura come pratica quasi spirituale, parla del processo creativo, di come nascono le storie, di cosa significa scrivere. In sintesi i saggi parlano del potere delle parole.
Lo consiglierei a chi ha letto e amato Toni Morrison innanzitutto. Ma anche a chi cerca un saggio che parli di linguaggio, di potere e della responsabilità della scrittura. Lo consiglierei a chi scrive, a chi legge con attenzione. E a chi prende sul serio ogni parola perché sa che il linguaggio non è mai neutro.

Sherden di Melania Muscas
Sherden parte da un’isola dominata da un popolo antichissimo e da una profezia che minaccia di travolgerne l’equilibrio. E’ un fantasy affascinante di ispirazione storica, ambientato in un’isola che richiama la Sardegna della civiltà nuragica, con rielaborazioni di leggende e folklore sardo ed elementi archeologici reali. Un romanzo capace di costruire un mondo vivo e riconoscibile, con un immaginario fortemente radicato nella storia e nell’identità dell’isola. Un’altra nota di merito: pur non essendo perfetto, mi ha fatto riavvicinare al genere dopo tante delusioni.
Lo consiglierei a chi ama i fantasy che hanno radici ben piantate in un immaginario storico e culturale riconoscibile, e a chi cerca mondi secondari che non sembrino l’ennesima variazione del fantasy anglosassone. Lo consiglierei a chi ama i romanzi che mescolano mito, storia e destino, e a chi cerca una narrazione capace di evocare un mondo antico senza renderlo distante.
A Nord di Thule di Knud Rasmussen
Questa invece è l’incredibile avventura tra i ghiacci groenlandesi del grande esploratore del Novecento Knud Rasmussen. Non pensavo che questo diario di viaggio, alla scoperta della Groenlandia e della cultura del popolo inuit, potesse essere tanto coinvolgente. Durante la lettura è d’obbligo una pausa per cercare online un video su come si costruisce un igloo.
Lo consiglierei a chi sente una forte attrazione per i territori estremi, per l’Artico, per i margini del mondo, e a chi ama i testi che fanno venire voglia di prendere appunti, guardare mappe, inseguire rotte e immaginare orizzonti lontani.

L’anno del pensiero magico di Joan Didion
Che sulla tote bag di Literary Hub ci fosse la foto di Joan Didion, una specie di oggetto culto e piccola icona estetica dei lettori letterati, mi ha spinta infine a leggere questa grande autrice che avevo in wishlist da un po’. Ed è stato uno di quei momenti rivelazione della serie “perché non l’ho letta prima?”. In questo memoir Joan Didion esamina una perdita personale devastante: la morte improvvisa del marito, avvenuta tralatro mentre la figlia era ricoverata nella terapia intensiva di un ospedale di New York (bella sfiga). Racconta tutto in modo controllato, con una scrittura essenziale, quasi fredda, con un distacco che non so dove abbia trovato, e che proprio per questo strizza il cuore. Didion osserva, registra, torna più volte sugli stessi dettagli, come se cercasse un punto fermo dentro qualcosa che non può essere ordinato. Ed è in questo movimento circolare che riesce a restituire la logica strana, spietata e irrazionale del lutto.
Ma cosa c’entra il “pensiero magico”? L’espressione indica un processo mentale per cui ci convinciamo che certe azioni, certi gesti o certi pensieri possano influenzare la realtà, persino evitare eventi catastrofici o annullare ciò che è già accaduto. Didion racconta diversi esempi del proprio pensiero magico, il più struggente dei quali è l’incapacità di dare via le scarpe del marito: una parte di lei continua a pensare che gli serviranno quando tornerà.
Lo consiglierei a chi ama la saggistica autobiografica quando diventa qualcosa di più profondo, un’indagine interiore: non solo il racconto di ciò che è accaduto, ma il tentativo di capire come la mente provi a sopravvivere a ciò che non riesce ad accettare. Lo consiglierei a chi non ha paura delle pagine che scavano, a chi ama le scritture lucide fino quasi ad essere dolorose, e a chi cerca una riflessione sulla perdita che non sia retorica.
