Prima che andassi in Giappone, hanno cercato di spaventarmi – o disilludermi – dicendomi che non mi sarebbe mai piaciuto il cibo giapponese, che il sushi in Giappone non è come quello che mangiamo qui, e che dopo qualche giorno avrei pregato per avere una pizza.
Sono d’accordo su ciò che riguarda il sushi, è diverso da quello che mangiamo qui, ed è molto più buono! Ma sono in disaccordo col resto perché – forse ho dei geni giapponesi, non so 😛 – a me è piaciuto tutto quello che ho mangiato. Dal sushi al tonkatsu, dal ramen al katsudon, dal mochi al melonpan, dal takoyaki all’okonomiyaki, e l’elenco potrebbe continuare a lungo. Mi è dispiaciuta solo una cosa: non aver avuto più tempo per provare molti più cibi locali.

In una cartella su dropbox ho raccolto tutte le foto di cibo che ho scattato con lo smartphone e con la reflex, ed è tanta roba! Anche se mancano molte cose. A volte avevo troppa fame per fermarmi a fare una foto. Altri scatti li ho caricati sulle stories di instagram senza salvarli (che furba, vero? infatti le mie stories nipponiche salvate finiscono a metà viaggio).
Per quanto riguarda il sushi, è stata una rivelazione. Innanzitutto non è così frequente come credevo trovare un locale di sushi in Giappone. Molto più frequenti sono i locali dove si mangia soba, udon, tonkatsu… insomma altro. Quando poi finalmente si trova il sushi bar, beh, che spettacolo. Il sushi ha un sapore molto delicato. La maggior parte dei pezzi sono serviti in modo semplice, senza tutta quella marea di salse che mettono da noi, così si può sentire il sapore del pesce. Ce ne sono di tantissimi tipi diversi, tonno grasso o tonno magro, salmone, gamberi, tempura, anguilla, seppia, perfino l’uovo.
Nella maggior parte dei locali che ho provato, il costo del sushi variava in base al colore del piattino. Di solito appendevano una legenda su un muro per permettere ai clienti di orientarsi. I pezzi più buoni e rari costavano di più. Due pezzi in ogni piattino: dopo 7/8 piattini io ero già piena. Costo irrisorio, a confronto di quanto paghiamo qui per avere qualcosa che non è nemmeno paragonabile e in quantità inferiori. In effetti, da quando sono tornata ho smesso di mangiare il sushi.

Ho provato il tonkatsu, una cotoletta di maiale impanata e fritta, tagliata in pezzetti che siano facili da prendere con gli ohashi (i bastoncini da tavola). Di solito lo servivano con il cavolo cappuccio e il riso bianco (gohan). Buonissimo! Probabilmente è il cibo che ho mangiato ( e che ho trovato) più spesso. A volte mangiavo il katsudon, un piatto di riso con sopra tonkatsu e un uovo crudo sbattuto (la leggerezza, insomma!). A volte potevi chiedere un aggiunta di uova, te ne portavano uno e da solo lo aprivi sopra il tuo piatto. Ho notato che i giapponesi mangiano molte uova: molto spesso infatti nei menù è indicato lo stesso piatto con una, due o tre uova, a seconda di come preferisci.

I takoyaki invece sono polpette di polpo alla piastra, una sorta di street food giapponese che si trova ovunque, soprattutto a Osaka. Tako vuol dire polpo; yaki significa alla griglia. Si cuociono in una piastra speciale si ghisa, con formine semisferiche dove si versa la pastella, poi il polpo, poi si gira tutto con i bastoncini da cucina (più lunghi e grossi di quelli usati a tavola) e si aggiunge altra pastella.

Nella foto sopra c’è un nikuman, un altro street food che a prima vista mi ha ricordato i baozi cinesi. Un panino con un ripieno di maiale, cucinato al vapore. Il primo l’ho mangiato a Kyoto, vicino al Kyomizudera; un altro ricordo che mi ha scaldato le mani sulla neve, a Shirakawa-go.

A proposito di street food abbiamo mangiato spesso spiedini di polpa di granchio, crocchette di maiale, gli yakitori (spiedini di pollo) e un sacco di cibi su stecco.


Udon (noodles di farina di grano duro), tempura (verdure o pesce impastellati e fritti), yakisoba (spaghetti di grano saraceno saltati) sono altri piatti che ho mangiato molto spesso. E quando ci si siede in un locale per mangiare qualcosa, a tavola si trova il tè verde la maggior parte delle volte: o lo servono già pronto o bisogna prepararlo da sé. In altri locali invece fanno un refill continuo e gratuito di acqua fresca.


A Kanazawa ho mangiato l’omurice, un’omelette di riso che si trova in tanti gusti diversi, dalla versione classica che viene condita con una spruzzata di ketchup, a versioni più particolari e con gusti più occidentali. Da Pomme no ki (la catena di ristoranti in cui l’ho assaggiata) la preparano in varie dimensioni (S, M etc.) in base al numero di uova che si desidera metterci dentro. Continuo a dire che mi pare che i giapponesi mangino molte uova.

Passando ai dolci, ho assaggiato il melon pan, che col melone non ha nulla a che vedere. Forse la forma, ma in realtà a me la forma ricorda un tipo di pane che vendono dalle mie parti, che si chiama pane tartaruga. Il melon pan è una brioche dolce con una parte più croccante (tipo un biscotto) sopra. Morbido ma con una parte crunchy sopra. Buonissimo! L’ho trovato a tantissimi gusti, fragola, cioccolato, gocce di cioccolato, ma il gusto classico ha vinto su tutti.

Il mochi è un dolcetto di riso glutinoso, pestato fino a ottenere una pasta appiccicosa. Devo dire che il mochi ci ha divisi: a me e lui è piaciuto un sacco, ma non ai due amici che viaggiavano con noi. A Nara abbiamo visto la preparazione di questo dolce, ed è uno spettacolo incredibile e divertente (su youtube si trovano tanti video in proposito).


A volte mangiavo il sakura mochi – che è un mochi colorato di rosa e avvolto da una foglia di ciliegio, con ripieno di anko (marmellata di fagioli azuki) – o altri dolcetti daifuku, che significa buona fortuna.
Poi ci sono le foto dei dolcetti più kawaii che ho mangiato.

La mattina che siamo andati al Tokyo National Museum, appena usciti dalla stazione di Ueno abbiamo trovato una bakery carinissima con tanti dolci a forma di panda, orsacchiotti e altri animali. Wholesome è una bakery perfettamente in tema con la zona in cui sorge: lì dietro infatti c’è lo zoo di Ueno. E lo stesso giorno nel parco di Ueno, davanti al Tokyo National Museum, abbiamo beccato un festival interamente dedicato al panda (dove vendevano qualunque cosa a forma di panda)! Ah, i dolci oltre a essere carini da impazzire sono pure buoni 😛

Il soggetto della foto qui sopra lo conosceranno solo quelli che come me guardano dorama (cioè serie tv) giapponesi e coreani su Netflix. Questo è il budino che i due protagonisti di Goodmorning Call spacciano per essere il migliore di sempre. E a me non è piaciuto. Ma quando l’ho visto al conbini sotto l’hotel ho dovuto prenderlo per forza 😛

Nelle foto non c’è tutto. Mancano per esempio gli okonomiyaki, che ho mangiato a Osaka, in mezzo al caos di Dotonbori; manca una cena bellissima in un’izakaya molto underground, sotto i binari del treno a Tokyo (dove tra le altre cose ho mangiato un piatto a base di carne di maiale che si chiamava dragon ball :P); mancano tutte le ciotole di ramen, il baumkuchen (che in realtà è un dolce di origini tedesche, ma che è stato adottato dai giapponesi), gli onigiri, che sono polpette di riso avvolte nell’alga nori, e altre cose buonissime.
Japan, I love you matcha!