Le (mie) migliori letture del 2024

Cosa ho letto nel 2024? Qualche libro davvero bello, qualcuno così così e qualcun altro che dimenticherò presto. Non tutto è nella top 9 qui sopra perché non ci stava.

Di alcune delle letture del 2024 ho già parlato in un post a tema viaggio: 9 libri che vi faranno venire (ancora di più) voglia di viaggiare, quindi non ne parlerò anche qui. Per il resto Goodreads mi ha aiutata ad andare più o meno in ordine cronologico.

Parto da Disorientale di Negar Djavadi, che è stata una delle prime letture del 2024. Edito in Italia da Edizioni e/o nel 2017. L’autrice è nata in Iran nel 1969 in una famiglia di intellettuali attivisti politici che si sono opposti al regime, prima a quello dello scià e poi a quello di Khomeini. Arrivò in Francia all’età di 11 anni dopo aver attraversato a cavallo le montagne del Kurdistan con la madre e la sorella. Disorientale è una storia di ispirazione autobiografica che ci getta un po’ di fumo negli occhi, non lasciandoci capire quanto di ciò che ci viene raccontato sia reale e quanto sia romanzato. Nella sala d’attesa di una clinica della fertilità parigina, ondate di ricordi sulla propria famiglia travolgono la protagonista, che grazie ai suoi avi può raccontare la storia violenta, la cultura e la rivoluzione politica dell’Iran. Négar Djavadi parla di identità e memoria, della condizione degli immigrati e della loro necessità di disintegrarsi per integrarsi in una nuova cultura. Con tutto quel senso di alienazione (sia dal passato che dal presente) che lascia confusi, disorientati. Gli esiliati vivono ai margini, sono disprezzati e considerati inferiori, e inconsciamente accettano di esserlo. Scritto come un memoir. Leggerlo non è stato facile per me che non so molto della storia dell’Iran, un Paese sospeso tra modernità e tradizione.

C’è stata poi un po’ di Jane Austen sparsa lungo il 2024, con la rilettura di Emma, le lettere di Jane e i luoghi della sua vita e delle sue storie – e confesso subito che il 2025 è iniziato con Persuasione e I Watson -, ma del resto come farei senza di lei? C’è una cosa dei romanzi di Jane Austen, che leggo e rileggo da che avevo 16 anni circa: ogni volta che li rileggo cambio idea. Vedo nuovi significati, nuovi strati, un’eroina che prima detestavo o trovavo noiosa adesso mi piace, e la storia che consideravo peggiore ora trovo sia una delle meglio riuscite. Credo sarà così finché continuerò a leggerla. Emma in particolare mi ha sempre messa in difficoltà. Una ragazza bella e ricca (forse se la regina di Highbury fosse vissuta oggi sarebbe stata una instagram influencer) che cerca di modellare il mondo secondo la propria volontà, e raccontandoci la storia dal suo punto di vista ci fa immedesimare tanto in lei da farci sentire un po’ stronzi e stupidi. Adoro questo personaggio e l’ironia di Austen nel ricamarlo e farcelo sia odiare che amare! Stupendo il film del 2020 diretto da Autumn De Wilde che riesce a rendere meravigliosamente l’umorismo di Jane Austen. Vi consiglio una bella recensione su LitHub.

Della mia viscerale ammirazione per Penny Guggheneim ho parlato nel post Venezia / Penny Guggenheim Collection. Una galleria d’arte che mi piace così tanto che non so se ho amato prima la Galleria o prima la sua fondatrice e curatrice. Una vita, quella di questa ricca ereditiera e mecenate, intrigante e vivace, che si è intrecciata con quella di grandi artisti come Max Ernst (che adoro!), raccontata in Una vita per l’arte. Confessioni di una donna che ha amato l’arte e gli artisti, edita nel 2021 da BUR. Una curiosità: quando Peggy aveva quattordici anni il padre morì sul Titanic vestito di tutto punto e con un calice di champagne in mano (o forse un bicchiere di brandy) e un sigaro, dopo aver aiutato donne e bambini a salire sulle scialuppe di salvataggio.

Mi piace ripensare a come certe letture sono entrate nella mia libreria. A maggio ero a Milano, e dopo un pranzo nella Greenhouse di LùBar, un tempo porticato di transito per le carrozze a Villa Reale, ho fatto una passeggiata nei vicini Giardini Indro Montanelli e sono arrivata fino al Museo Civico di Storia Naturale. L’ultimo Museo di Storia Naturale che avevo visto era l’American Museum of Natural History di NYC, che mi è piaciuto tantissimo, e sull’onda della nostalgia per il genere sono entrata a fare una visita. Ho scoperto così che per la realizzazione dei propri diorami questo museo civico fondato nel 1838 si è ispirato proprio all’AMNH. E tra un triceratropo, un diorama della savana africana e un gruppo di bambini che prendeva lezioni di paleontologia, nella mia lista dei desideri è entrato Strane Creature di Tracy Chevalier e ho iniziato a sognare un viaggio nella Jurassic Coast a caccia di fossili. Strane creature parla della paleontologa (o forse proto-paleontologa) Mary Anning. Quando a inizio Ottocento questa ragazza, per passione e per denaro, tirava fuori dalle scogliere di Lyme Regis i fossili di animali sconosciuti, la paleontologia stava compiendo i suoi primi passi, sconvolgendo le menti di tutti. Perché ammettere l’esistenza di specie estinte significava affermare che Dio “non avesse pianificato cosa fare con tutti gli animali che aveva creato”. Questa è la storia romanzata della più grande cacciatrice di fossili dell’Inghilterra, che da bambina era sopravvissuta a un fulmine, avvenimento che agli occhi della gente la rese strana e particolarmente brillante. Di sicuro aveva il dono di trovare (e saper riconoscere) i fossili. Nel 1811 scoprì il suo primo “coccodrillo” (un ittiosauro) e gli scienziati iniziarono a bussare alla sua porta, vuoi per carpire i suoi segreti vuoi per rubare i suoi “coccodrilli”.

Sull’onda dello stesso entusiasmo nella mia libreria è finito Polvere e Ossa di Gabriele Ferrari. Qui però ci spostiamo dall’altra parte dell’Oceano per una caccia grossa ai dinosauri nel Far West alla fine dell’Ottocento. Seguiamo la cosiddetta “guerra delle ossa” (o Great Dinosaur Rush) tra i due paleontologi Edward Drinker Cope, lamarckiano, e Othniel Charles Marsh, darwinista. Una grande rivalità tra i due che competevano in maniera spietata per la ricerca dei fossili, usando ogni mezzo lecito e non per intralciarsi l’un l’altro, tra lavoratori corrotti per rubare i reperti dell’altro e siti fatti saltare con la dinamite (sarà vero?) per evitare che qualcosa di importante finisse tra le mani dell’avversario. Fino alla loro morte. Cosa è rimasto dopo la dipartita dei due paleontologi? Molte nuove scoperte e una gran quantità di materiale ancora “inscatolato” su cui i paleontologi poterono proseguire le ricerche. Ma ci sono stati anche risvolti negativi: chissà quanti fossili sono stati danneggiati e sono andati irrimediabilmente perduti a causa delle gravi azioni di sabotaggio sugli scavi.

Arriviamo alle letture di ottobre-novembre, quando intorno ad Halloween il tema witchcraft diviene ancora più appetibile. Le streghe di Manningtree è l’esordio narrativo della poetessa Blakemore, edito in Italia da Fazi nel 2023. Un resoconto romanzato di un processo alle streghe dell’Essex del 1645, in cui l’autrice mescola vicende reali e verosimili attingendo agli estratti verbali del processo. L’Inquisitore Generale Matthew Hopkins, durante la guerra civile inglese, in un periodo di carestie e pestilenze, grande fervore puritano e superstizione, in nemmeno tre anni fece giustiziare circa 300 donne, a cominciare dall’ottantenne Elizabeth Clarke, che ritroviamo nel romanzo. Il punto di vista qui è quello delle vittime. Donne povere, sole, disgraziate, diverse, che vivevano ai margini della società, in una comunità lacerata dal sospetto. Donne. Cambiano i tempi ma le donne anticonformiste, le donne libere, sono sempre ancora vittime del giudizio. Prosa poetica, descrizioni evocative, paesaggi vividi, ricche suggestioni.

Parliamo di un manga: Le spaventose avventure di Kitaro, di Shigeru Mizuki. Una serie di storie incentrata sugli yokai, creature sovrannaturali protagoniste del folklore giapponese. Curiosi, inquietanti, a volte pericolosi e altre volte benevoli, questi esseri vivono ai margini della società umana, e Shigeru Mizuki li presenta fin dall’inizio come in via di estinzione. Attraverso Kitaro, un bambino mezzo umano e mezzo yokai che prende vita dal terreno melmoso di un cimitero, il mangaka ha resuscitato i racconti di queste creature, che un tempo venivano tramandati oralmente e che sono caduti poi nel dimenticatoio nella corsa alla modernizzazione del Giappone all’inizio del ventesimo secolo, impedendo che si estinguessero dalla memoria collettiva del popolo giapponese. Ho letto tanto di yokai ma non so effettivamente quanti di quelli presenti in Kitaro facciano davvero parte del folklore e quanti invece siano stati inventati di sana pianta dal mangaka. Dal 1959, quando è stata pubblicata la prima storia, la serie ha avuto grande successo in Giappone, ricontestualizzando quelle antiche credenze nella cultura del tempo perché fosse fruibile dalle masse, con riferimenti non sempre sottili alla guerra (Mizuki combattè nella Seconda Guerra Mondiale, perse un braccio a causa di un’esplosione – n.b. Kitaro ha un solo occhio: un caso? – e venne rinchiuso per lungo tempo in un campo di prigionia) e al fallimento della soluzione violenta ai problemi. Un bel volume edito da Jpop, di un autore così famoso in patria che a Sakaiminato, non la città in cui nacque ma quella in cui crebbe, c’è un’invasione bronzea dei suoi yokai – oltre che un museo a lui dedicato.

L’incubo di Hill House l’avevo già letto nel 2019, dopo aver visto la serie di Mike Flanagan, che era così tanto entrata nella mia testa da non permettermi di apprezzare a dovere il romanzo. L’ho riletto nel 2024 e Shirley Jackson è un fenomeno della narrativa gotica horror. L’incubo di Hill House è la storia perfetta di una casa stregata. Hill House è isolata ma non è vuota, e qualunque cosa aspetti lì dentro attende nell’oscurità. E’ gigantesca, “è orribile”, ha una sua personalità e “ti guarda”. O è la nostra immaginazione? Il punto di vista è quello di Eleanor, ma quanto di quello che accade a Hill House è dovuto alle percezioni sempre più distorte di Eleanor, alle sue decantate – dagli altri – abilità psichiche, e quanto è dovuto alla casa?

Potevo non leggere Intermezzo di Sally Rooney appena uscito in libreria in Italia il 12 novembre? Potevo? Non credo proprio. E adesso non voglio sassate ma mi viene un (seppure lontano!) paragone tra Sally Rooney e Jane Austen. Un paragone sciacquato con litri di acqua di rose. Perché piace Sally Rooney? Di cosa parlano i suoi romanzi? La trama è spesso un po’ piatta ma alla fine secondo me piace perché parla delle tante sfaccettature dell’amore, e lo fa raccontando le banalità quotidiane, le abitudini noiose ma rassicuranti, le aspirazioni futili, le fragilità umana, i crolli esistenziali, ma anche la differenza di classe e le ingiustizie sociali. Le stesse cose di cui parlava Jane Austen. E lo fa con sensibilità ed empatia, mettendoci più sesso e salute mentale. I personaggi di Sally Rooney siamo noi. Persone normali con emozioni complesse.

Voliamo leggeri verso le ultime letture del 2024, una delle quali è stata Wicked di Gregory Maguire. Una sorta di prequel del Mago di Oz del 1995. Ho preso l’edizione economica tradotta da Michele Piumini con la locandina del film in copertina, non perché mi sia piaciuto il film ma perché in libreria ho trovato solo quella. L’edizione italiana più vecchia con la copertina rigida – che tra l’atro ha pure delle illustrazioni al suo interno – trovo sia più bella. Gregory Maguire col pretesto di scrivere un prequel del Meraviglioso Mago di Oz ispirato alla Malvagia Strega dell’Ovest, parla in modo crudo di discriminazione razziale e sociale, di pregiudizio e denuncia della violenza. Parla del Male. Ma cos’è il male? Elphaba (la “malvagia strega dell’Ovest”, epitome del male) in una scena dice: “L’autentica natura del male sfugge a tutti noi. Il guaio è che per definizione il male si nasconde” e le cose non sono come sembrano. Elphaba è davvero il male, o è una persona sensibile e fraintesa? Le persone nascono malvage o la malvagità viene loro imposta dal pregiudizio della gente? Chi si professa buono, lo è per davvero? E la religione è un male necessario? Il finale lo conoscete, se avete letto o visto il film del mago di Oz (io lo sto rileggendo adesso). Una curiosità sul nome della strega Elphaba, che Maguire ha costruito su quello dell’autore del Mago di Oz: L. Frank Baum, LFB, el-fa-ba. Di rilievo la postfazione dell’autore sul perché abbiamo bisogno del fantasy nella nostra vita.

Nel mezzo qualche lettura cozy, da divano, copertina e tisana calda tra le mani. Della serie “molto carini, ma niente di davvero speciale” di cui cito solo alcuni. Ho proseguito la saga di Jalna, perché adesso ho necessità di sapere cosa combinano nelle loro vite i personaggi che odio (Alayne) e quelli che amo (Finch). La libreria Morisaki (entrambi i volumi), direi che è l’emblema del cozy per nerd della lettura che dormirebbero in una libreria nonostante l’allergia alla polvere. Il Caffè della luna piena mi è piaciuto molto, e non poteva essere altrimenti perché stiamo parlando di gatti che lavorano in una caffetteria che apre a mezzanotte e che ti leggono la carta astrale mentre bevi sciroppo lunare. Quando esce il film?

Un commento

Lascia un commento