
Venezia riserva sempre delle sorprese e io me ne innamoro un po’ di più ogni volta che la visito. La scorsa estate ero lì per la Biennale d’Arte – che dire che è stata stupenda è poco – e ne ho approfittato per fare una passeggiata per i suoi sestieri sospesi sull’acqua, tra calli, fondamenta, campi e campielli.
Nella mia passeggiata mi sono imbattuta in un fascinoso palazzo gotico nel sestiere di San Marco, Palazzo Pesaro degli Orfei. In pieno centro ma un po’ appartato rispetto al Canal Grande, affacciato su Campo S. Beneto. Tra le mura di questo imponente palazzo ho scoperto nascondersi un gioiello. L’atelier di quel genio di Mariano Fortùny y Madrazo, riaperto di recente dopo una lunga ristrutturazione dall’ultima Acqua Grande di Venezia.

Mariano Fortùny y Madrazo è stato un artista dai molteplici talenti. Un pittore (figlio d’arte), un inventore, un ingegnere, uno scenografo, uno stilista, un designer di lampade e oggetti vari. Un uomo pieno di passioni: per l’ottica, la fisica, i modellini teatrali, i costumi, le tinture dei tessuti. Uno cui piaceva guardare dentro le cose per capirne ogni segreto.
Dal padre ereditò la passione per la pittura, dalla madre quella per i tessuti preziosi e i colori. Originario di Granada ma veneziano d’adozione, qui al Palazzo Pesaro degli Orfei visse e lavorò fino alla morte. Affianco alla moglie e musa, la stilista francese Henrietta Negrin, che gli sopravvisse.

In questo maestoso Palazzo aveva la sua casa e il suo atelier. Lo studio di pittura e la falegnameria. Ma anche una sartoria e un laboratorio di stampa e tintura dei tessuti. Qui diede vita al Delphos, il celebre abito di seta plissettato a mano ispirato dal ritrovamento nel 1986 della scultura greca dell’Auriga di Delfi che indossava un chitone. L’abito fece la storia della moda e fu indossato da personalità del calibro di Sarah Bernhardt, Peggy Guggenheim, Eleonora Duse. Fece da scenografo per D’Annunzio. Inventò i suoi colori, le Tempere Fortùny. E nel 1922 fondò la Fabbrica dei tessuti Fortùny alla Giudecca, sotto il Molino Stucky, dove ancora oggi ha sede l’impresa. E dove tralatro sono tuttora in uso i macchinari da lui inventati (all’epoca considerati industriali, oggi artigianali) con i quali sul cotone 100% si ottengono tessuti che sembrano damaschi.

Una vita estremamente creativa, la sua. Una mente insaziabile direi. Una storia e un’opera che oggi, grazie all’allestimento ideato dal regista e scenografo Pier Luigi Pizzi, possiamo ripercorrere tra i grandi saloni della sua casa e del suo atelier, laddove esprimeva la sua creatività.
Una casa museo, come quelle che piacciono a me. Un luogo con un’anima.

Meraviglioso in particolare il Giardino d’Inverno, animato da figure allegoriche, satiri e animali esotici. Qui il ciclo parietale, i colori, gli arredi scelti creano nell’insieme un salone incredibilmente luminoso e fresco. E alla fine di questo giardino incantato, quasi una ciliegina sulla torta, troviamo il modello del teatro delle feste progettato con Gabriele D’Annunzio e l’architetto Lucien Hesse. Un progetto mai realizzato che sarebbe dovuto sorgere all’Esplanade des Invalides di Parigi.


Una storia da conoscere. Una casa museo da mettere nella lista delle cose assolutamente da fare a Venezia.